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Recensione: Giuditta Parolini, “Mario Tchou,. Ricerca e sviluppo per l’elettronica Olivetti.”

La notte di San Lorenzo Lucy e Charlie Brown guardano insieme verso il cielo le stelle. Credi di avere una buona stella CharleBrown? Domanda Lucy. Non lo so, risponde Charlie Brown. Io credo di sì, Charlie Brown conferma Lucy. E ecco che è appena caduta, aggiunge lei… Ecco, l’Italia con i suoi inconsapevoli imprenditori, a volte, è proprio crudele come Lucy con Charlie Brown. Dell’Italia e dei suoi imprenditori si sente parlare spesso in termini non proprio entusiastici. Eppure è incontestabile che essi rappresentano un pilastro fondamentale non solo economico ma anche sociale del nostro Paese. Certo, bisogna distinguere all’interno della categoria, tra sostanza e apparenza, anche. Eppure il genio innovatore e imprenditoriale di razza lo abbiamo nel sangue. Sfrontato, capace di andare ad acquisire i pezzi da novanta dell’impresa straniera. Già negli anni 50. In America, addirittura. La Olivetti va oltre oceano e acquista la Underwood. Ed esalta tratti caratteristici dei propri prodotti e processi, che 50 anni dopo rappresenteranno il fulcro dei successi stratosferici realizzati da imprese multinazionali del calibro di Apple, Google, Samsung e altre. Che hanno fondato il loro trionfo sul connubio inscindibile di bellezza e innovazione.

Ho così letto con vero gusto il primo libro di Giuditta Parolini, una giovane ricercatrice italiana, che godeva di poche ore di sole e svago in quel di Londra, mentre nelle umide e piovose notti studiava per prendere un master in storia della scienza e della tecnologia. E nutriva l’idea di scrivere un libro dedicato a Olivetti e a Mario Tchou. Benché incentrato sulla figura di questo geniale ricercatore italo-cinese, il libro è una preziosa testimonianza. Una ricca e responsabile cultura d’impresa, che ha coniugato coscienza comunitaria, cura delle proprie persone, ricerca, innovazione di qualità e spinta commerciale, ha avuto origine in Italia ed ha rappresentato un caso mondiale di successo. In essa dialogavano tecnica e scienza con poesia ed arte, in un’esaltazione di funzionalità ed estetica. Poi però, anche quell’impresa, ha avuto la sua Lucy, quell’Italia col gusto crudele di farsi la guerra e guardarsi l’ombelico senza mettersi troppo in discussione. Aggravato da una certa miopia finanziaria questa storia senza happy end può insegnare tanto agli imprenditori e agli italiani. Farà bene alla loro identità e alla voglia di fare impresa di successo puntando al bello e al buono e all’internazionalizzazione.

Giuditta Parolini, “Mario Tchou,. Ricerca e sviluppo per l’elettronica Olivetti.” Egea, Milano

Buona lettura

Recensione a cura di Giuseppe Luongo, presidente AIDP Giovani

 

Vito Verrastro
Vito Verrastro
Giornalista, comunicatore, knowledge worker, ideatore di Lavoradio, job evangelist
    1. Anche se molto forte da un po’ penso che molti degli imprenditori italiani che calcano le scene sono intelligenze fallite che portano a spasso corpi ben vestiti, meglio se seduti in suv giganteschi. Vorrei che non fosse così. Non è giovane la storia e, forse, affonda le sue radici già nelle esperienze OLIVETTi.

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